C’era a fianco del pozzo un vecchio muro di pietra in rovina.

Quando ritornai dal mio lavoro, l’indomani sera, vidi da lontano il mio piccolo principe che era seduto là sopra, le gambe penzoloni.

Lo udii che parlava. Un’altra voce senza dubbio gli rispondeva ma io... non vedevo né udivo l’altra persona.
«Non te ne ricordi più? Non è proprio qui. E’ proprio questo il giorno, ma non è qui il luogo. Verrai dove incominciano le mie tracce nella sabbia. Non hai che attendermi là. Ci sarò questa notte».
Ero a venti metri dal muro e non vedevo ancora nulla.
«Hai del buon veleno? Sei sicuro di non farmi soffrire troppo tempo?».
Mi arrestai, il cuore stretto, non capivo.
«Ora vattene, voglio ridiscendere!».

Allora anch’io abbassai gli occhi ai piedi del muro e feci un salto!

C’era là, drizzato verso il piccolo principe, uno di quei serpenti gialli che ti uccidono in trenta secondi. Pur frugando in tasca per prendere il revolver, mi misi a correre, ma al rumore che feci, il serpente si lasciò scivolare dolcemente nella sabbia, come un getto d’acqua che muore.
Arrivai davanti al muro giusto in tempo per ricevere fra le braccia il mio ometto, pallido come la neve.
Avevo disfatto la sua sciarpa d’oro, gli avevo bagnato le tempie e l’avevo fatto bere.
Ed ora non osavo più domandargli niente.
Mi guardò gravemente e mi strinse le braccia al collo.

Sentivo battere il suo cuore come quello di un uccellino che muore.
«Sono contento che tu abbia trovato quello che mancava al tuo motore, puoi ritornare a casa tua».
«Come lo sai?».
«Anch’io oggi ritorno a casa... è molto più lontano... è molto più difficile».

Sentivo che stava succedendo qualche cosa di straordinario.

Lo stringevo fra le braccia come un bimbetto, eppure mi sembrava che scivolasse verticalmente in un abisso, senza che io potessi fare nulla per trattenerlo. Aveva lo sguardo serio, perduto, lontano.
«Ho la tua pecora. E ho la cassetta per la pecora. E ho la museruola».
«Ometto caro, hai avuto paura...».
«Avrò ben più paura questa sera...».

Mi sentii gelare di nuovo per il sentimento dell’irreparabile.

E capii che non potevo sopportare l’idea di non sentire più quel riso.

Era per me come una fontana nel deserto. «Ometto, voglio ancora sentirti ridere...».
«Sarà un anno questa notte. La mia stella sarà proprio sopra al luogo dove sono caduto l’anno scorso...».
«Ometto, dimmi che è stato un brutto sogno quella storia del serpente, dell’appuntamento e della stella...».
«Quello che è importante, non lo si vede... E’ come per il fiore. Se tu vuoi bene a un fiore che sta in una stella, è dolce, la notte, guardare il cielo. Tutte le stelle sono fiorite. E’ come per l’acqua. Quella che tu mi hai dato da bere era come una musica, c’era la carrucola e c’era la corda... ti ricordi... era buona».
«Certo...».
«Guarderai le stelle, la notte. E’ troppo piccolo da me perché ti possa mostrare dove si trova la mia stella. E’ meglio così. La mia stella sarà per te una delle stelle. Allora, tutte le stelle, ti piacerà guardarle... Tutte, saranno tue amiche. E poi ti voglio fare un regalo...».
«Ah! ometto, ometto mio, mi piace sentire questo riso!».
«E sarà proprio questo il mio regalo... sarà come per l’acqua...».
«Che cosa vuoi dire?».
«Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per gli uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per gli altri non sono che delle piccole luci. Per gli altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi. Per il mio uomo d’affari erano dell’oro. Ma tutte queste stelle stanno zitte. Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha... Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere! E quando ti sarai consolato, sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere... E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai: “Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!” e ti crederanno pazzo. T’avrò fatto un brutto scherzo... Sarà come se t’avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere... Questa notte... sai, non venire».
«Non ti lascerò».
«Sembrerà che io mi senta male... sembrerà un po’ che io muoia. E’ così. Non venire a vedere, non vale la pena...».
«Non ti lascerò».
«Ti dico questo... anche per il serpente. Non bisogna che ti morda... I serpenti sono cattivi.».
«Non ti lascerò».
«E’ vero che non hanno più veleno per il secondo morso...».

Quella notte non lo vidi mettersi in cammino. Si era dileguato senza far rumore.

Quando riuscii a raggiungerlo camminava deciso, con un passo rapido.
«Sei qui. Hai avuto torto. Avrai dispiacere. Sembrerò morto e non sarà vero...».
Io stavo zitto.
«Capisci? E’ troppo lontano. Non posso portare appresso il mio corpo. E’ troppo pesante».
Stavo zitto.
«Sarà come una vecchia scorza abbandonata. Non sono tristi le vecchie scorze...».
Io stavo zitto.
«Sarà bello, sai. Anch’io guarderò le stelle. Tutte le stelle saranno dei pozzi con una carrucola arrugginita. Tutte le stelle mi verseranno da bere».
Io stavo zitto.
«Sarà talmente divertente! Tu avrai cinquecento milioni di sonagli, io avrò cinquecento milioni di fontane...».
Tacque anche lui perché piangeva.
«E’ là. Lasciami fare un passo da solo. Sai... il mio fiore... ne sono responsabile! Ed è talmente debole e talmente ingenuo, ha quattro spine da niente per proteggersi dal mondo... Ecco, è tutto qui...».
Non ci fu che un guizzo giallo vicino alla sua caviglia. Rimase immobile per un istante. Non gridò.

Cadde dolcemente come cade un albero. Non fece neppure rumore sulla sabbia.

Sono passati sei anni. Non ho mai raccontato questa storia.

Al mio ritorno gli amici erano molto contenti di rivedermi vivo.

Ero triste. Ora mi sono un po’ consolato, cioè, non del tutto.

Ma so che è ritornato nel suo pianeta perché al levar del giorno non ritrovai più il suo corpo. Non era un corpo molto pesante...

Ora la notte mi piace ascoltare le stelle. Sono come cinquecento milioni di sonagli...
Ma ecco che accade una cosa straordinaria.

Alla museruola disegnata per il piccolo principe, ho dimenticato di aggiungere la correggia di cuoio!

Non avrà mai potuto mettere la museruola alla pecora.

Che cosa sarà successo sul suo pianeta? Forse la pecora ha mangiato il fiore? E’ tutto un mistero.
Per voi che pure volete bene al piccolo principe, come per me, tutto cambia nell’universo se in qualche luogo, non si sa dove, una pecora che non conosciamo ha, sì o no, mangiato una rosa.

Guardate il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore?

E vedrete che tutto cambia... Ma i grandi non capiranno mai che questo abbia tanta importanza.

Se un giorno farete un viaggio in Africa, nel deserto, vi supplico, non vi affrettate, fermatevi un momento sotto le stelle!

E se un bambino vi viene incontro, se ride, se ha i capelli d’oro, se non risponde quando lo si interroga, voi indovinerete certo chi è. Ebbene, siate gentili! Non lasciatemi così triste: scrivetemi subito che è ritornato.

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Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe, Bompiani, Milano 1993, pp. 111-125.