¤º°`°¤ø,¸¸,ø¤º°`°º¤ø,¸¸,ø Ouch!
                      Newsletter occasionale su articoli, notizie e libri interessanti...              
"Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione"
come afferma l'articolo 21 della nostra Costituzione: l
eggere serve a capire il mondo che ci circonda, a conoscere, a riflettere...
 

Natale 2010

E' grazie al dono ricevuto da Luigi Ciampolini, l'ottimo presidente dell'Associazione Giovanni Papini, che è nata l'idea di questo lancio natalizio...
Grande scrittore fiorentino, Giovanni Papini (1881 - 1956) scrisse infatti i bellissimi "Soliloqui di Natale": il dono ricevuto, che sotto vi riporto.
Ancora un grande abbraccio e tanti, tantissimi auguri, a tutti voi e alle vostre famiglie !
Carlo Luigi Ciapetti



Soliloqui di Natale

 

IL LOCANDIERE

Anche se mi fosse rimasta una camera libera, non l'avrei data davvero a quella coppia lì.
Gente sospetta. Hanno detto di essere marito e moglie, ma io non sono nato ieri e non me la danno ad intendere.
Lui è troppo vecchio e lei è troppo giovane. E siccome è incinta ….
Forse è il padre che l'ha portata via dal suo paese per
sfuggire lo scandalo.
Ma il mio è un albergo onorato e qui non voglio parti clandestini.
D'altra parte non mi
pare che la tratti come figliola. Quel vecchietto la guarda come fosse una cosa santa e quasi con riverenza.

Forse un servitore fidato che s'è preso questa bella incombenza... In ogni modo marito non è.
E lei con quell'aria innocente e casta come se non si vergognasse di nulla....e dev'essere agli ultimi giorni.
Quando si dice le apparenze… Vai a fidarti delle donne! Pare una verginella e sta per essere madre. Alla larga!
E poi, come se non bastasse, puzzano di miseria lontano un miglio. E in casa mia poveri non ne voglio.
Sarebbero capaci di piantarsi qui per un mese, colla scusa della partoriente, e alla fin del salmo sentirsi dire che non hanno abbastanza denari per pagare il conto. Se fossero arrivati con dei bei vestiti e colla borsa pregna forse un posticino l'avrei potuto trovare anche per loro.
Il garzone poteva andare a dormire a casa dei suoi fratelli, per qualche notte...
Quando c'è l'oro di mezzo tutto s'accomoda. Ma lì non c'è bene.
Lei ha un vestitino alla buona che mi vergognerei di metterlo alla mia moglie e lui un mantelluccio liso che deve aver più anni di chi lo porta.
E c'è il pericolo che gli urli di lei e i pianti del bambino dessero noia agli altri viaggiatori.
Bel sollievo trovarsi l'albergo vuoto per colpa di due vagabondi misteriosi!
Assicurano che son galilei, ma il proverbio dice che dalla Galilea non può venir nulla di buono.
Ho fatto proprio bene a mandarli via! Un buco in qualche posto lo troveranno di certo, prima che sia notte.

 

IL PADRONE DELLA STALLA

Ormai ho detto di sì ma quasi quasi mi pento …

All'albergo non li hanno voluti, non sapevano dove batter la testa...
Son debole: mi son lasciato commuovere, specialmente da lei, con quel viso umile eppur appassionato, con quegli occhi di bambina venuta da un mondo più chiaro del nostro.
E sembra che porti un gran segreto stretto al petto come un'altra porterebbe un mazzo di fiori.
Così innocente, candida, pura che pare impossibile debba partorire da un momento all'altro...
Non ho avuto il coraggio di mandarla via, di notte, in quello stato: forse ho fatto male ma non c'è più rimedio.
Si son seduti nella stalla, in silenzio; come se pregassero senza parole o aspettassero un miracolo.
Anche il vecchio pare una persona per bene. Assiste quella donna con tanti riguardi come se lei fosse una regina e lui un signore diventato uno schiavo.
Non capisco nulla. Girano il mondo soli, senza un servitore, senza una donna che possa porgere aiuto a questa fanciulla che sta per soffrire...
Come mai saranno partiti proprio agli ultimi giorni della gravidanza? Portare quella poveretta per le strade, in questo mese freddo, e in quelle condizioni, non è da uomo di giudizio. Insomma non ho avuto il coraggio
di mandarli via sconsolati.
La stalla è vecchia e sudicia ma per lo meno hanno un po' di tetto sopra il capo e
le bestie un po' di caldo lo fanno.
Anche se ho sbagliato l'ho fatto a fin di bene: il Signore non mi castigherà.
Mi son sentito come spinto da una voce dentro a ospitare questi due poveri spersi.
E anche il Libro comanda d'albergare i pellegrini abbandonati.
Dio voglia che tutto vada a finir bene per loro e per me!

 

IL PASTORE RIMASTO INDIETRO

Che furia, i miei compagni, appena hanno parlato con quei giovani sconosciuti!
Io son più vecchio e non posso correr come loro ma, in compenso, conosco il mondo un po' meglio di loro.
Chi saranno quei giovinetti luminosi? Qui nel paese non si sono mai visti. Dunque son forestieri e dei forestieri bisogna fidarsi fino ad un certo punto.
Metteteli alla prova, interrogateli... Nossignori! Questi miei compagni, subito, alle prime parole hanno alzato le braccia come ali e son corsi via come il vento.
Quei giovani, per dir la verità, non parevano neanche uomini come noi. Eran tutti illuminati nel viso e nelle vesti, senza che si potesse capire da che parte veniva il lume. Lanterne in mano non l'avevano, il fuoco era spento e la luna non c'è. Eppure sembrava che avessero dinanzi un braciere più che ardente.
Potrebbero essere spiriti del Signore, ma potrebbero anch'essere fantasmi o, peggio che mai, demoni che giran di notte.
Invece questi pecorai sono stati lì a bocca aperta ad ascoltare e hanno issofatto bevuto ogni cosa. E cosa hanno saputo? Che laggiù, in quella grotte, è nato un Re. Ma, per quanto ho imparato nei settant'anni dacché sono al mondo, i re nascono nei palazzi delle città e non già nelle greppie, in mezzo al sudiciume degli animali.
E pare che questo Re sia nientemeno che il discendente di David e il figliolo di Dio.
Ma il nostro Adonai, ch'io sappia, non ha figlioli: è il Signore unico, creatore del cielo e della terra, e non vi sono altri dei fuor di Lui.
Quanto alla famiglia di David, dopo mill'anni e più, ho paura che non ci sia rimasta sulla terra neanche l'ombra.
E quelli corrono come pazzi inseguiti per andare a vedere il miracolo.
Eppure voglio andare anch'io laggiù: non si sa mai..

 

LE PECORE LASCIATE SOLE

Ci hanno destato con quella luce che non era né sole né fuoco e poi son fuggiti via.
Non si sa dove, non si sa perché. Se lo sapesse il padrone! Perché abbandonarci, proprio a quest'ora, in questo buio?
Ci avessero lasciato di giorno meno male! Si poteva entrare, almeno, in quel campo di grano laggiù e levarsi la voglia.
Quando è giorno guai ad accostarsi: ci cacciano via cogli urli e coi bastoni. E bisogna contentarsi dell'erba rada che si nasconde, col freddo, tra i sassi e a volte ci buca i labbri. Ora, benché i guardiani siano scappati, dal chiuso non si può sortire e non c'è speranza di pascoli proibiti. Bisogna star qui a tremare, un po' dal freddo, e un po' dalla paura. Ci badano quando c'è il sole, che nessuno s'accosta, e ora che il mondo è tutto nero e ci son tanti pericoli, i nostri aguzzini sono spariti.
Eppure è proprio di notte che posson venire i lupi, gli sciacalli e tutti i nostri nemici.
C'è da ritrovarsi sgozzate in un battibaleno da quelle bestie cogli occhi rossi e senza misericordia. Oppure i ladri ci posson portare via i figlioli e venderli chissà dove. Il tutto per colpa di questi pastori ammattiti che sono andati via di corsa per dar retta a quei giovani rilucenti. Bel modo di fare i guardiani! Ci picchian di giorno e ci lascian senza difesa di notte! Gli uomini si danno l'aria di essere chissà cosa e poi perdono la testa ad un tratto.
Noi ubbidienti, noi buone, noi zitte – e poi ci ricompensan così!
Ora poi che siamo sveglie si sente il corpo mezzo vuoto che mugola – ieri s'è trovato poco da pascere – e chi riesce a ripigliar sonno?

 

LA LEVATRICE

Perché son venuti a chiamarmi, nel cuor della notte, se non avevan bisogno di me?
Il vecchio arriva, bussa alla porta come se volesse buttarla giù, si raccomanda, mi fa scendere dal letto caldo, e mi racconta che la sua sposa sta per sgravarsi e che non ha nessuno per assisterla. Io, ingenua, mi fo persuadere a gli vo dietro. Credevo che fossero in casa di parenti o almeno alla locanda. Invece mi porta a una stalla fuor del paese, lontana, mezza diroccata. Si ferma, e dice: è qui.
Io non volevo neanche entrare perché non sono avvezza a mettere i piedi nello stabbio. Le mie clienti son tutte signore, le prime signore di Betlemme. E questa donna, se alloggia in una stalla, dev'essere una sciagurata, una fuggiasca, forse una peccatrice che si nasconde.
Nonostante mi feci coraggio ed entrai. Ormai ero arrivata fin lì e forse c'era da buscare un siclo, benché il vecchio avesse tutt'altro che l'aspetto d'una persona di mezzi. Ma quando fui là dentro cosa vedo? La mamma tutta calma e placida, seduta vicino alla greppia, come se non fosse accaduto nulla. E là dentro, nel fieno, un bel maschio che mi guarda negli occhi e che illumina tutta la stanza.
E allora? Dico io. Che sorprese son queste? Come mai mi avete strappato di casa mia, dove sognavo tanto bene, s'è finita ogni cosa?
Loro, l'uomo e la donna, si guardano e non mi rispondono. Finalmente riesco a sapere che quella giovane ha partorito senza strazio, senza fatica e sola, senza l'aiuto di nessuno, mentre il vecchio cercava di me.
Non ho potuto resistere alla rabbia e mi sono sfogata con tutti e due quanto m'è parso. Ma la donna era tutta incantata intorno al bambino e il bambino pareva che mi sorridesse, quasi per calmarmi.
Il vecchio ha tentato di mettermi in mano qualche moneta, ma io non ho voluto nulla e son venuta via sbatacchiando l'uscio. Quelle non son persone come le altre, e non voglio neanche toccare i loro denari. Posso sbagliare ma qui sotto c'è qualche stregoneria. Non s'è mai sentito dire che una donna partorisca a quel modo, senza dolori e senza soccorsi.
E quel figliolo che fissa la gente come un uomo! E poi farmi alzare a quest'ora, con questo vento ghiacciato, e per arrivare a cose fatte!
Domattina, appena giorno, voglio raccontar tutto al centurione.
E io non son più io se non li fo andar via da Betlemme, codesti vagabondi ignoranti.

 

IL TOPO NEL MURO

Ho bell'e visto: stanotte si digiuna.
Aspettavo a gloria che si facesse buio per uscir dal mio nascondiglio e procacciarmi il desinare quando è cominciato ad arrivar gente e si son messi a far luce, a discorrere, a muoversi di qua e di là. C'è una donna con un bambino, un vecchio che li accompagna e per di più i pastori che stanno da queste parti.
Son uomini, dunque persecutori della mia razza e non è il caso di farsi vedere. Mi tocca star qui, tra queste due pietre smosse, a spiar quel che succede.
E sì che mi sento venir meno dalla fame. Speravo di trovare qualche minuzzolo di pane cascato oggi al contadino e un po' di chicchi di grano rimasti tra la paglia, come l'altre notti. Ma non c'è scampo.
Sortire di qui non mi conviene. I pastori hanno acceso il fuoco e ci si vede come di giorno. Appena mi scoprono mi schiacciano sotto le scarpe ferrate. Cosa stiano a fare qui dentro non si sa. Di solito, la notte, non c'è che il bove e l'asino e di loro non ho paura. Direi quasi che siamo amici, benché sian tanto più grossi di me.
Questi mandriani stanno lì intorno alla mangiatoia, con gli occhi spalancati, come se adorassero quel bambino ch'è nato ora.
Cosa ci sia da far tante meraviglie e tante feste Dio solo lo sa.
A me pare un bambino come tanti altri, e anche i bambini, quando possono, si divertono a torturare i miei fratelli.
Io non me la sento davvero di adorarlo, come fanno questi villani. Tanto più che patisco la fame per colpa sua.
Se lo lasciassero solo mi vorrei divertire a morsicarlo.

 

IL BOVE

Chi avrà mai dato a costoro il diritto di invadere la mia casa?
È la prima volta che li vedo. Quella giovane non è la moglie del massaio e quel vecchio non è un bifolco.
Eppure la fanno qui da padroni e hanno occupato anche la greppia destinata al mio fieno.
Che prepotenza è mai questa? Cosa avranno deposto dentro la mangiatoia?
Eccolo; ora lo vedo. È un figliolo di donna, un uomo appena nato! Ma com'è differente da tutti gli altri! Nella mia vita non ho mai visto una simile creatura. Non piange, come fanno i bambini. Non dorme, non geme, non grida. Ha gli occhi aperti grandi, sereni come il cielo d'aprile. Non sembra un fanciullo vero, ma un'apparizione, un piccolo Dio capitato per sbaglio in mezzo ai fili dell'erba secca...
Non m'ero mai accorto quanto fosse scura e sporca questa mia stalla. Mi vergogno di non aver un posto più bello, più degno di lui. Scopro le ragnatele a cui prima non badavo; le travi tarlate, le lastre, in terra, tutte umide, tutte nere. È mai possibile che un tal miracoloso essere abbia scelto questa capannaccia lercia per
venire al mondo?
Esce da lui un chiarore caldo, una lucenza amorosa, che trapassa ogni cosa e fa bene al
cuore.
Gli uomini non son così, neanche quando nascono. Gli uomini son duri, rozzi, crudeli, tristi...
Ora sorride e par che voglia parlare. S'è accorto che lo guardo e pare che mi ringrazi. Non ha paura di me. Direi quasi che mi vuol bene, che mi vorrebbe consolare. In nessuno sguardo umano ho mai scoperto una tale espressione. Son vecchio, ormai, e ho faticato tanti anni che i miei poveri ossi sono stanchi. Ma per lui farei volentieri qualunque cosa: portare addosso un monte, solcare tutti i campi della Giudea.
Cosa potrei fare per lui? In che maniera mostrargli la mia riconoscenza? Riscaldarlo con il fiato?
Ma sarò degno, io, animale da giogo, di avvicinarmi a questo corpicino che splende?

 

IL PASSEROTTO SUL TETTO

Non capisco più quel che succede.
Luce sotto e luce sopra. Sembra che già si faccia giorno eppure questo non è il calore del sole.
Mi pare d'esser tornato da poco nel nido e di questi tempi le notti non finiscono mai. Non può essere mattina.
Qui c'è un mistero. Giù nella stalla sento le voci; su nel cielo altre voci, non so di chi.
È mai possibile che gli uomini si sian messi ad un tratto a volare come noi? Sarebbe la nostra rovina!
Fatto sta che non è possibile dormire in pace, stanotte. E per me che domattina presto devo andare in volo a cercarmi qualche semino o qualche avanzucolo per non morire di fame questi lumi e queste voci non ci volevan davvero.
L'altre notti su stava in pace che era un desìo. Cosa abbia da girare la gente a quest'ora per dar noia ad un povero uccello, che di giorno si deve arrapinare di qua e di là per guadagnarsi la vita, non lo
so davvero.
O perché non dormono tranquilli come facevo io? Pare impossibile ma questi brutti giganti a due
gambe paion creati apposta per il nostro castigo.
O ci fanno prigionieri o ci ammazzano. E, non contenti, mi disturbano il sonno.  

 

L'ASINO

Dio ha voluto che prima di morire vedessi cose di meraviglia.
Tutte le notti qua dentro, nelle tenebre, stracco e triste, a pensare alla mia vita disgraziata, senz'altra compagnia fuor d'un bove che rumina o d'un topo che rosicchia!
Ora, invece, mi par d'essere nel cuore del mondo.
Uno splendore che palpita, un canto che scende dal cielo, una donna più bella di tutte l'altre donne, un bambino che ruba il bene a chi lo vede.
Non sono un sentimentale, come il mio bianco compagno, e neppure superstizioso come il mio padrone. Eppure mi verrebbe la voglia d'inginocchiarmi come fanno questi pecorai che son corsi qua dentro, come se l'avesse convocati un Dio.
Ho girato anch'io la mia parte. Sono stato, una volta, fino a Damasco e sei volte a Gerusalemme. Ma non rammento un prodigio come questo, non mi so mai sentito così felice come stasera. Quella giovane che china il viso bellissimo e pallido sopra il frutto del suo sangue mi fa quasi piangere per non so quale tenerezza.
E quell'uomo anziano che guarda la donna e il bambino come se fosse rapito nella beatitudine d'un sogno.
E quei pastori che hanno il viso più rosso per la gioia che per il riverbero della fiamma.
E quella creatura dolcissima distesa nella greppia, che guarda tutti come se volesse attirarli a sé, come se li volesse consumare col suo cuore.
Quello non è davvero il figlio di un uomo.
Ho sentito dire dai pastori che a loro fu annunziata la nascita di un Dio. Più lo guardo e più mi sembra vero. Gli uomini non hanno quegli occhi che tramandano quel fulgore.
E pensare che l'ho visto nascere, io povera bestia da soma, disprezzato da tutti!
Per quale mistero ha voluto cominciare la sua vita qui, in questo presepio sconnesso, destinato ai nostri musi famelici?
Per quale arcana ragione son degno d'essere spettatore d'un portento così incredibile: la natività d'un Dio?
Son l'ultimo degli animali della terra, sono un povero sacco di pelle piagata e d'ossa tronche, ma non mandarmi via, Bambino, permetti anche a me di amare Colui che un giorno volle creare anche me.


Chi già riceve direttamente "Ouch!" seguiterà a riceverla
chi volesse riceverla scriva a
ouch@postaitaliana.it
chi non la volesse più ricevere basta che lo dica...
TFA ! Carlo Luigi Ciapetti