“Se le apparenze non ingannano l’on. Mussolini passerà ai posteri come un Erculeo scopatore…”. Era il 7 novembre 1922 quando il quotidiano di Cuneo, “La Sentinella delle Alpi”, pubblicò questa profezia involontariamente sarcastica sulle inclinazioni mussoliniane, recentemente descritte da Roberto Olla in Dux. Una biografia sessuale di Mussolini (Rizzoli).
In realtà il giornale esprimeva l’umore del paese: “fare pulizia di tutto e di tutti, su tutto e su tutti, ove il bisogno lo richiederà”, spazzare via i parassiti, incluse decine di migliaia di dipendenti pubblici superflui, abolire gli enti inutili, accorpare i comunelli, sostituire i consigli comunali e provinciali elettivi con podestà e prèsidi, o rettori, e giunte nominate dall’alto e in carica a titolo gratuito, assicurare la stabilità di governo con un premio di maggioranza al partito più votato. Mussolini però aveva da parte anche altre riforme: affiancare al Parlamento il Gran Consiglio del fascismo, che era un consesso privato, e alle Forze Armate la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, nata dalle squadre del partito ma poi tenuta a giurare fedeltà al re. Ma com’è che Mussolini, antico rivoluzionario e appena caporale durante la grande guerra, divenne lo Scopatore nazionale? Poco lo chiariscono diari e carteggi di statisti famosi, né il melanconico saggio di Federico Lucarini su Antonio Salandra (il Mulino), che si ferma al 1922, cioè proprio al suo avvento al governo.
La spiegazione vera fu confidata da Vittorio Emanuele III a Paolo Puntoni, l’aiutante di campo che lo seguì esule ad Alessandria d’Egitto: a fine ottobre del 1922 liberali, cattolici e democratici lo lasciarono solo a fronteggiare il corto circuito tra mobilitazione delle squadre fasciste, spinte da industriali e banchieri, ed evanescenza del Parlamento. Di nessun aiuto gli fu il governo presieduto da Luigi Facta, un sessantenne onnisciente di finanze e leggi sul lavoro ma opaco: più furbo che intelligente. La sera del 27 ottobre 1922 il ministero si dimise ma l’indomani mattina diramò il decreto che istituiva lo stato d’assedio senza che il re lo avesse firmato (venne pubblicato in vari quotidiani) e quindi dovette rimangiarselo. Vittorio Emanuele III fu il vero politico tra tanti apprendisti stregoni.
Contrariamente a quanto si legge in molti manuali scolastici e credono i più, il 28 ottobre 1922 non vi fu alcuna “marcia su Roma”.
Lo Stato era solido. La monarchia contava sulle Forze Armate che avevano vinto la guerra e, su ordine di Giolitti, avevano cacciato da Fiume Gabriele d’Annunzio. Senz’alcun bisogno di stato d’assedio, i ministri per l’Interno (Paolino Taddei) e della Guerra (il cuneese Marcello Soleri) e il comandante della Divisione di Roma (Emanuele Pugliese) avevano fermato a ottanta chilometri da Roma le squadre fasciste, poco e male armate, infreddolite, affamate, sotto la pioggia battente. Però la crisi richiedeva una soluzione politica. I più attendevano che Giolitti riprendesse le redini del governo. Ottant’anni appena compiuti, lo statista lo avrebbe fatto, ma attese a Cavour la convocazione da parte del Re.
Facta, che puntava a formare un terzo governo comprendente i fascisti, gliela telegrafò solo la mattina del 28 ottobre, aggiungendo però (malignamente?) che la ferrovia era interrotta. Giolitti non si mosse. Pioveva. Tossiva. Come nel maggio 1915, nell’ora decisiva mescolò orgoglio e ritrosia. Così la partita si chiuse. Tramontata l’ipotesi di un governo Salandra, Mussolini ottenne l’incarico e partì in treno da Milano la sera del 29, subì l’interruzione ferroviaria a Civitavecchia, fu ricevuto in udienza dal re la mattina del 30 e il pomeriggio presentò la lista dei ministri, che il 31 giurarono mentre le squadre, finalmente ammesse nella Capitale, sfilavano e partivano sui treni speciali allestiti dal governo stesso. La marcia si travestì in corteo. La rivoluzione indossò i drappi di Ordine Nuovo: ma il fascista, non quello di Gramsci.
Un sassolino fa ribaltare la carrozza. La storia procede a zig-zag. Solo i deterministi (hegeliani, marxisti, crociani…, cioè la versione “laica” dei provvidenzialisti ) la ritengono dominata da Cause e Concause, dall’invidia degli Dei, del Fato o da chissà quali Manine e Complotti. La verità del 27-29 ottobre 1922 è semplice: il re tirò le somme di anni di inconcludenza del Parlamento e affidò la presidenza all’uomo che comunque tutti volevano associarsi al governo. Toccava però al Parlamento dargli o no la fiducia. Ed è quanto avvenne il 16 novembre da parte della Camera, “sorda e grigia” e del Senato, che aveva appena due membri iscritti al PNF ma gli tributò 184 “si” contro 19 “no”.
Il governo comprendente fascisti, nazionalisti, liberali, popolari e demosociali si insediò il 1° novembre e varò subito riforme di cui l’Italia aveva bisogno. Molti fatti e poche chiacchiere. Ebbe il sostegno delle due associazioni massoniche, Grande Oriente e Gran Loggia.
Giolitti dichiarò che il Paese aveva il governo che si era meritato. Benedetto Croce votò a suo favore anche dopo il rapimento e l’assassinio di Giacomo Matteotti, proprio nel 1922 espulso dal Partito socialista come Turati, poi bollato dai comunisti come “socialfascista”.
L’Erculeo scopatore fece piazza pulita delle opposizioni, vincolò i sindacati alla trattativa obbligatoria (patto di Palazzo Vidoni) e non mancò di ottenere vistosi successi e consensi, ma la storia continuò a procedere a strattoni (chi di scopa ferisce…), sino al tragico finale del 28 aprile 1945, quando i “liberatori” imposero al CLN di rimuovere le salme di Mussolini, Clara Petacci e dei gerarchi appesi a testa all’ingiù a Piazzale Loreto, Milano: orrendo spettacolo da macelleria messicana che tarò alla nascita la nuova Italia, segnata da rimozioni, mancati esami di coscienza e invenzione di capri espiatori.