20/3/14 - La newsletter per "Ouch!" di Marco Lelio Menesini
A volte le cattive notizie sono più utili di quelle buone...
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Visto che è un argomento centrale del nostro prossimo futuro, approfondiamo oggi il discorso sul petrolio.

Siamo arrivando ad un'era, che metterà in pericolo lo strapotere delle Sette Sorelle della Big Oil Company, quelle che hanno finora dominato il Mercato del Petrolio e che cinquant'anni fa fecero la pelle a Enrico Mattei, per intenderci. Dopo 150 anni  il modello vincente della "totale integrazione verticale" sta rapidamente diventando insostenibile per i giganti del petrolio, come avevo cercato di spiegare nell'ultima newsletter.
Questo non significa certo la fine della nostra civiltà - rallegratevi amici settantenni ! - e la cosa non ci riguarda né poco né punto: i dinosauri non sopravvissero al disastro planetario ma la Terra non rimase spopolata, anzi ci fu più posto per i più vispi ed agili mammiferi...
Altrettanto provvidenziale potrebbe essere l'estinzione dei Big Oil Tycoon per far posto ad una classe di piccole, abili e specializzate Superstar, che coniughino integrazione ed efficienza nella Produzione del Petrolio, soprattutto nel segmento Midstream, assicurando lauti e duraturi dividendi agli investitori pronti a cogliere il momento propizio.
 
( tratta da http://www.investors.com/editorial-cartoons/michael-ramirez/690125 ) ( tratta da http://www.theguardian.com )

La produzione del petrolio é infatti suddivisa in tre segmenti principali: Upstream, Midstream e Downstream:
1) l'Upstream si occupa essenzialmente della ricerca e della produzione;
2)
il Midstream é responsabile dello scambio di prodotti e servizi, a vari gradi di raffinazione e diversificazione, tra gli altri due settori;
3) i
l Downstream gestisce le raffinerie, i vari complessi petrolchimici e soprattutto sovrintende alla distribuzione verso gli utenti finali.
D
opo 150 anni di integrazione verticale di ogni aspetto della produzione di petrolio e gas (trasporto, raffinazione, consegna e marketing), le Big Oil Company, come ho già detto, stanno spendendo cifre colossali per contendersi gli ultimi giacimenti ancora disponibili, costrette a ricorrere al sistema bancario per prestiti trilionari, dopo aver fatto cassa vendendo tutti i gioielli di famiglia ancora disponibili ossia i loro segmenti Midstream e Dowstream per far cassa ad ogni costo.

Ci sono due argomenti fondamentali, che hanno spinto sino ad oggi le Big Oil ad impegnarsi in questo Armageddon.
Il primo è l'aumento dei costi delle materie prime
.
Attualmente i costi di ricerca e di estrazione di petrolio e gas sono in aumento esponenziale. Non si riesce più a trovare i campi petroliferi mammut onshore convenzionali del passato. La pressione naturale, che fa zampillare il greggio a 50/100 cent al barile, é un fenomeno ormai relegato ai film ed ai documentari di 30/40 anni fa. Le scoperte di questo tipo - almeno negli Stati Uniti - hanno raggiunto il picco nel 1972 ed anche nel resto del mondo queste Bonanza sono sempre più rare. Attualmente le compagnie petrolifere devono ricorrere a metodi assai più costosi, basati su tecnologie complesse, per ottenere quantità ragionevoli di petrolio e gas (ragionevoli nel senso che valga la pena di investire e rischiare per acquisirle).
Tecniche costose e complesse come la perforazione orizzontale, il fracking, l'offshore in acque profonde, il tar sands, il recupero secondario e la ripressurizzazione.
Il secondo é l'aumento dei margini, almeno sino ad oggi, nel segmento Upstream.
Soprattutto quando i prezzi del petrolio e del gas riescono a mantenersi nella fascia alta... Le Big Oil godono anche di agevolazioni fiscali elevate e di sussidi robusti da parte del governo federale USA (per evidenti ragioni strategiche di indipendenza dall'OPEC, l'organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), sui capitali investiti in esplorazione e perforazione, rispetto ad investimenti Downstream come raffinerie e stazioni di servizio.
Le Big Oil  hanno contato su di un futuro dominato da sempre più elevati prezzi del petrolio, tali da compensare ampiamente i maggiori costi di esplorazione e perforazione, ma forse hanno fatto i conti ... senza l'oste.

Nessuno conosce meglio delle Big Oil le quantità di  petrolio e di gas rimaste ancora da scoprire su questo pianeta  ed in questo momento sono ancora disposte a contendersele unguibus et rostris a colpi di trilioni di dollari, finanziati dal sistema bancario internazionale che, col passare del tempo, diviene sempre più preoccupato (Increased borrowing must be matched by increased ability to repay. Otherwise we aren’t expanding the economy, we’re merely puffing it up - Henry C. Alexander).

Nel corso degli ultimi 10 anni il prezzo del petrolio é infatti divenuto estremamente volatile: ad esempio il 3 luglio del 2008 é schizzato a 145 dollari al barile... per scendere il 28 dicembre dello stesso anno a 30 dollari. Ma se i prezzi scendono troppo (diciamo  al di sotto dei 70 dollari al barile, come avvenne a fine 2008) l'Upstream va in crisi - ma di brutto ! - sino a dover chiudere i pozzi che hanno un prezzo marginale di estrazione troppo elevato - pozzi per trovare i quali aveva speso somme enormi e per cui é comunque costretto a pagare robusti interessi - nella speranza di un clima di prezzi più favorevole, che permetta la rimessa in esercizio senza svenarsi per i margini troppo esigui.

( tratta da http://bizlib247.wordpress.com/2011/01/05/oil-price-historical-data/ ) ( tratta da http://www.countercurrents.org/tverberg201112.htm )

Quando il petrolio è a buon mercato il Downstream prospera. I prezzi di tutto ciò che deriva dal petrolio (benzina, gasolio, olio combustibile, fertilizzanti, plastica, asfalto ed olii minerali) vanno giù, ma i volumi di vendita salgono talmente da incrementare violentemente il margine totale.
Viceversa, quando i prezzi del petrolio sono elevati, è l'Upstream a festeggiare, riapre i pozzi, che era stato costretto a chiudere, ed incrementa il più possibile la produzione. I margini si alzano, senza comprimere i volumi, per parecchio tempo ed in ogni caso sino a quando i canali non si sono di nuovo stabilizzati - grazie all’effetto Forrester, detto anche Bullwhip Effect - ma in tal caso è il Dowstream a piombare nei guai: i volumi scendono bruscamente, la gente lascia la macchina a casa e prende il treno, compra la stufa a pellets e si imbottisce di maglioni. Se poi cercano di alzare i prezzi al consumo peggiorano la situazione  e quindi sono i primi ad essere colpiti dalla deflazione.
 
( tratta da http://sloanreview.mit.edu/article/jay-forrester-shock-to-the-system/ )

In questa situazione di prezzi estremamente volatili l’OPEC é costretta a fare da stanza di compensazione:
1)
quando le Big Oil chiudono i loro pozzi, deve mettere sul mercato più petrolio... ed a prezzo più basso per soddisfare la richiesta mondiale;
2) quando le Big Oil riaprono i pozzi, perché i prezzi sono saliti, l’OPEC tira il fiato e può conservare il proprio oro nero.
Guadagni minori non sono un problema per i membri dell’OPEC, i loro Fondi Sovrani non sanno più come investire le “liquidità” derivanti dai crediti, liquidità del tutto virtuali, numerelli nella pancia dei computer dei circuiti bancari, con consistenze non dissimili dai dubbiosi Bitcoin in caso di Tempeste Finanziarie. Come i cinesi, comprano qualunque cosa: banche occidentali semifallite, grandi estensioni di campagne in giro per il mondo... Qualunque cosa, insomma, che possa sfuggire a nazionalizzazioni ed a leggi fiscali punitive.
Questa fatica di Sisifo la fanno per garantire ai mercati mondiali quei 100/105 milioni di barili giornalieri, che mantengono il Titanic a galla, e al tempo stesso per evitare che si sviluppino tecnologie energetiche che possano soppiantare il dominio del loro petrolio e del loro gas.

Il Midstream invece é in posizione privilegiata per fare soldi operando sui flussi multipli, indipendentemente dal prezzo dei prodotti, perché ha una rendita di posizione e di esazione "pedaggi" privilegiata, insensibile al variare del prezzo del prodotto: una specie di royalty monopolistica sui trasferimenti che, non avendo contatti col consumo privato, risente meno di compressioni deflattive.
A causa dell’incertezza e soprattutto della volatilità del prezzo del petrolio, molto probabilmente é giunto il momento di concentrarsi sul segmento Midstream e cioè su coloro che controllano i servizi (trasporto, lavorazione e stoccaggio) intermedi tra i produttori ed i distributori, in quanto essi attualmente hanno il maggior spazio per ogni integrazione e rinnovamento possibili. Questi operatori possono raccogliere "pedaggi" lucrativi su ogni barile di petrolio o piede cubo di gas naturale che fluisca attraverso le loro reti, in modo indipendente dai prezzi unitari del greggio e dei prodotti al consumo, con la possibilità di lucrare anche sulle lavorazioni intermedie e sugli stoccaggi compresi tra i pozzi e le reti di distribuzione al dettaglio.

Concludo questa mia circonvoluta digressione, con la considerazione con cui l'ho intitolata: le lacrime delle Big Oil Company potrebbero trasformarsi in sorrisi per gli investitori accorti: come diceva Winston Churchill "A pessimist sees the difficulty in every opportunity; an optimist sees the opportunity in every difficulty" e anche Albert Einstein non la pensava diversamente !


 

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