Per info e prenotazioni:
346/2157883 |
teatrodellavisitazione@gmail.com 

Per aver gridato frasi ingiuriose contro il duca di Ferrara, l’11 marzo 1579 Torquato Tasso fu internato nel manicomio di Sant’Anna. Recluso nel reparto riservato ai pazzi furiosi e trattato come frenetico, vi rimase per sette anni, tre dei quali in assoluto isolamento, a volte persino alla catena. La follia del Tasso diverr oggetto di secolari discussioni: la sua fu vera pazzia o un’amletica forma di mascheratura che il poeta stesso assunse per non rivelare qualcosa di inconfessabile e che aveva a che fare con la sfera dell’eros e del sesso? Fatto sta che, dopo quell’isolamento, Tasso si smarrisce come persona per consegnarsi definitivamente alla storia come personaggio. Ed come personaggio che vediamo il Tasso in questa nostra messinscena dell’Aminta. Ormai il dramma bucolico pastorale, dove si narrano gli amori a lieto fine tra ninfe e pastori, scritto in uno degli ultimi momenti felici della sua vita, solo una vaghissima, lontana memoria, una memoria corrotta dal dolore e dall’esaltazione. La favola pastorale si spezzata in frammenti, brandelli, ripetizioni, ossessioni, smarrendo per sempre l’olimpico ordine compositivo –perfetto!- con cui era stata scritta. Un’Aminta immaginata e rivista da Tasso all’interno dell’universo manicomiale in cui precipitato, fatto di sopraffazione e violenza; dove gli altri frenetici (come lui stesso considerato) assumono nella sua mente allucinata i ruoli di Aminta e Silvia e Dafne, e dove lui stesso s’immagina come Tirsi, l’amante deluso e sfortunato, che solo nella poesia ha trovato rifugio al suo dolore. Tasso riconosce i personaggi del dramma pastorale nei reclusi che presentano curiose similitudini psicologiche (e patologiche…) con gli originali; li riconosce in Veronica, Alighiero, Adalgisa, povere anime devastate dalla follia e mette in scena il suo personalissimo ed immaginario teatro, la sua impossibile rappresentazione.
(Sergio Basile)



Forse, se tu gustassi anco una volta
La millesima parte de le gioie,
Che gusta un cor amato riamando,
Diresti, ripentita, sospirando:
Perduto tutto il tempo,
Che in amar non si spende.
(Torquato Tasso - Aminta, Dafne I, I)